Nel diritto penale moderno il processo non ha come unico obiettivo quello di accertare la responsabilità dell'imputato. Accanto all'esigenza di affermare la legalità, l'ordinamento attribuisce alla pena una funzione ben più ampia: favorire il recupero della persona e il suo reinserimento nella società.
Questo principio, sancito dall'art. 27 della Costituzione, ha rappresentato il fulcro della strategia difensiva sviluppata dall'Avv. Giovanni De Blasio in un procedimento penale celebrato dinanzi al Tribunale di Bolzano, nel quale la difesa ha posto al centro dell'attenzione non la contestazione del fatto, ma il percorso di responsabilizzazione intrapreso dall'imputato dopo il reato.
La difesa non è sempre negare il fatto
Nell'immaginario collettivo il processo penale viene spesso visto come uno scontro nel quale la difesa tenta di dimostrare che il proprio assistito sia innocente.
La realtà è molto più complessa.
Vi sono procedimenti nei quali le prove sono già complete, il fatto è stato accertato e l'imputato sceglie consapevolmente di assumersi la responsabilità della propria condotta.
In questi casi il ruolo dell'avvocato cambia profondamente.
La difesa non consiste più nel negare l'evidenza, ma nel rappresentare al giudice la reale evoluzione della persona, affinché la risposta sanzionatoria sia realmente individualizzata e conforme ai principi costituzionali.
Il comportamento successivo al reato può incidere sulla decisione
Uno dei principi più importanti del nostro ordinamento è che il giudice, nel determinare la pena, non può limitarsi ad osservare il fatto storico.
Gli articoli 132 e 133 del codice penale impongono una valutazione complessiva della personalità dell'imputato, attribuendo rilievo anche alla condotta successiva al reato.
Nel procedimento patrocinato dall'Avv. Giovanni De Blasio, la difesa ha valorizzato una pluralità di elementi sopravvenuti:
- la piena ammissione delle proprie responsabilità;
- la scelta del rito abbreviato;
- la collaborazione con l'autorità giudiziaria;
- il comportamento corretto mantenuto durante l'esecuzione della misura cautelare;
- il recupero immediato dell'intera refurtiva;
- la spontanea iniziativa di risarcire ulteriormente la persona offesa, nonostante questa non si fosse costituita parte civile.
Il risarcimento spontaneo come indice di autentico ravvedimento
Particolarmente significativa è stata la scelta dell'imputato di inviare spontaneamente alla persona offesa un assegno circolare accompagnato da una lettera di scuse, senza che vi fosse alcun obbligo giuridico né una richiesta risarcitoria pendente.
Dal punto di vista giuridico, tale comportamento non assume rilievo soltanto sotto il profilo patrimoniale.
Esso costituisce un importante indice della revisione critica della propria condotta e della volontà di riparare, per quanto possibile, le conseguenze del reato.
La giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che le condotte riparatorie spontanee possono essere valorizzate nella valutazione della personalità dell'imputato e nella concessione delle circostanze attenuanti generiche, proprio perché dimostrano un concreto percorso di responsabilizzazione.
La pena deve guardare anche al futuro
L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non si tratta di una semplice affermazione di principio.
Significa che il giudice è chiamato a verificare se, dopo il fatto, la persona abbia intrapreso un reale percorso di cambiamento.
Per questa ragione la difesa ha evidenziato come il comportamento processuale, il pentimento manifestato, il rispetto delle prescrizioni imposte e le iniziative riparatorie costituissero elementi idonei a dimostrare una diversa valutazione della personalità rispetto a quella esistente al momento dell'arresto.
La misura cautelare non può trasformarsi in una pena anticipata
Lo stesso principio assume rilievo anche con riferimento alle misure cautelari.
La custodia cautelare non rappresenta una forma di anticipazione della pena, ma uno strumento eccezionale destinato esclusivamente a fronteggiare esigenze cautelari concrete e attuali.
Quando il quadro processuale evolve e la persona dimostra un effettivo percorso di collaborazione e di revisione critica della propria condotta, il giudice è chiamato a verificare se tali esigenze sussistano ancora oppure se possano essere soddisfatte mediante misure meno afflittive.
Una diversa idea di giustizia
Vicende processuali come questa dimostrano come il diritto penale moderno non possa essere ridotto ad una mera logica punitiva.
L'accertamento della responsabilità rappresenta certamente un momento fondamentale del processo, ma non esaurisce il compito del giudice.
L'ordinamento richiede infatti una valutazione della persona nella sua interezza, considerando anche ciò che accade dopo il reato: il pentimento, la collaborazione, le iniziative di riparazione e la concreta volontà di reinserirsi nella società.
È proprio in questa prospettiva che il processo penale realizza pienamente la propria funzione costituzionale, coniugando l'esigenza di tutela della collettività con quella di offrire al condannato una reale possibilità di cambiamento.



