Nel procedimento oggetto del presente approfondimento, patrocinato dallo Studio e, in particolare, dall’Avv. Giovanni De Blasio, veniva disposto il sequestro preventivo di oltre 100.000 euro presenti su un conto corrente ritenuto collegato a una frode informatica.
Secondo l’accusa, una società aveva effettuato un bonifico verso un IBAN comunicato tramite e-mail fraudolenta apparentemente proveniente dal proprio fornitore.
Il conto destinatario risultava intestato all’indagata.
Il problema nasce proprio qui:
chi riceve il denaro è automaticamente responsabile della truffa?
Il meccanismo tipico della frode
La vicenda rientra nel fenomeno oggi più diffuso nelle indagini informatiche:
un hacker intercetta o imita una comunicazione aziendale
invia nuove coordinate bancarie
la vittima paga il fornitore sbagliato
il denaro arriva su un conto reale ma estraneo alla frode
Il conto diventa un “conto di appoggio”, spesso senza alcuna partecipazione del titolare.
Il sequestro del conto
Dopo il bonifico, l’autorità giudiziaria disponeva il sequestro preventivo ritenendo la somma profitto del reato.
Tuttavia emergeva un dato decisivo:
la banca aveva già congelato il denaro immediatamente e la somma non era mai entrata nella disponibilità dell’intestataria
Nonostante ciò veniva bloccato l’intero conto corrente.
Il punto giuridico centrale: il fumus del reato
La difesa ha evidenziato che mancavano elementi fondamentali:
nessun accesso ai sistemi informatici
nessuna prova dell’invio delle e-mail
nessun collegamento tecnico (IP, log, dispositivi)
nessuna movimentazione del denaro
La sola intestazione dell’IBAN non dimostra la partecipazione alla frode
Il problema del periculum: perché il sequestro può essere illegittimo
Il sequestro preventivo serve a evitare la dispersione del denaro.
Ma qui la somma:
era già congelata dalla banca
non era mai stata utilizzata
non era nella disponibilità dell’indagata
In questi casi la misura rischia di trasformarsi da cautelare a punitiva.
La questione più importante
Nei reati informatici moderni il denaro attraversa conti reali di soggetti inconsapevoli.
Il diritto penale richiede qualcosa di più della mera presenza del bonifico:
serve la prova della consapevolezza e della partecipazione alla frode
Senza questo elemento si colpisce una vittima invece dell’autore.
Cosa insegna questo caso
Sempre più persone scoprono di essere indagate solo perché il loro conto è stato utilizzato da terzi.
La responsabilità penale non può basarsi su un dato bancario isolato:
serve un collegamento concreto con l’attività informatica illecita.
Conclusione
Ricevere un bonifico fraudolento non significa commettere una frode.
Nel diritto penale conta la condotta, non la casualità del percorso del denaro.
Ed è proprio su questa distinzione che si costruisce la difesa nei procedimenti per truffe informatiche.
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